Dipendenza affettiva: Amore o patologia?

Giovanni del Mastro  psicoterapeuta “Il condominio Nuovo”


Continuando il nostro discorso sull’amore e dell’uso dell’energia affettiva e come questa viene  usata  nel rapporto di coppia,   vediamo adesso quando diventa dipendenza, e quindi patologica, e quando è amore appagante.

La ricerca dell’altro, l’attaccamento ad una persona, è alla base di ogni legame affettivo. Esso è  incentrato sull’interesse per l’appagamento dei  bisogni di sicurezza fisica e psichica, di stabilità e di benessere che ci accompagna nel corso della vita. Questo elemento essenziale si ritrova nelle relazioni amorose insieme a due altri elementi:  la sessualità e la cura dell’altro.

Quando un rapporto diventa fonte di frustrazione, di angoscia, di sofferenza; quando si altera quel necessario equilibrio tra il “ dare  “ e il “ ricevere ”,  l’amore stesso si trasforma  in abitudine,  disagio psicologico, anche per l’intera vita.   Quando i  protagonisti non hanno la capacità di potersi liberare da questi legami così forti,  tanto da farli sentire prigionieri di se stessi essi rimangono soffocati dalla voglia di vivere  come per mancanza di aria. In questi casi si parla  di dipendenza affettiva o affettività patologica.

In generale si parla di dipendenza quando si ha una condizione di bisogno di un qualcosa o di una sostanza, come per esempio: di farmaci, di alcool, di stupefacenti. Trattasi di assuefazione  la cui mancanza provoca uno stato di depressione, di malessere, di angoscia.

L’individuo dipende da queste sostanze,  da ciò che per evitare una crisi di astinenza e le conseguenze spiacevoli che questa comporta si trova costretto ad assumere la sostanza in modo continuativo e costante. Nelle dipendenze affettive è l’altro (il partner) a svolgere la funzione di sostanza. La sua presenza  nella vita diviene un bisogno, una necessità,  pena una sofferenza atroce (perdita di identità).

Fenichel, medico psicoanalista,  nel 1945 nel libro:

“ Trattato di psicoanalisi delle nevrosi e psicosi” introduceva il termine  “amore dipendente” . Con esso voleva indicare quello stato, proprio di quelle persone che hanno fame, bramosia di essere amati, e che però, a loro volta,  abbiano scarsa capacità di amare. Essi elemosinano continuamente dal partner maggior amore, ottenendo il risultato opposto. Si legano al partner pur considerandolo non adatto. E nonostante ciò li rende arrabbiati ed infelici non riescono a liberarsi della dipendenza.

I dipendenti affettivi hanno difficoltà a prendere  coscienza di se stessi e del diritto al proprio benessere. Imparare ad amarsi,  a volersi bene ed in particolare ad accettarsi per quello che si è. Questa è l’unica condizione per gettare le basi dell’amore.

Ora vien da chiedersi: accade veramente che la dipendenza verso una persona sia così forte da poterla paragonare alla dipendenza da droga?  I fatti ci obbligano a rispondere affermativamente.

Ma è vero che si può morire d’amore?  I francesi, un tempo, lo chiamavano Amour fou –  amore folle. Oggi gli anglosassoni lo chiamano Love addiction ossia dipendenza amorosa.

Ma allora anche l’amore può essere considerato una patologia? 

Si, infatti,  quando la finalità dell’amore non è la crescita dell’Io o dell’amore stesso, come processo di comunicazione e di rispetto di se stessi e dell’altro in una dinamica di vero e libero scambio, ci troviamo davanti ad una patologia dell’amore.  Quando vi è l’annullamento dell’Io e la sconsiderata  presunzione di  riuscire prima o poi  a farsi amare da chi proprio non vuole saperne di amarci o di farci amare nel modo in cui noi pretendiamo, si parla di dipendenza affettiva.

Queste persone si presentano con particolari caratteristiche, vediamone alcune:

1. La prima consiste in un rapporto d’amore vissuto come condizione stessa della propria esistenza. Questi soggetti,  vedono nell’altro la fonte di ogni benessere e, pur di mantenere e non rischiare di perdere l’oggetto  del loro piacere, sono disposti a sacrificare qualsiasi bisogno o desiderio personale fino al punto di annullare il proprio Se, subordinandolo all’altro.

L’amare l’altro diventa quindi una forma di sofferenza. Il proprio benessere emotivo, salute e sicurezza, vengono messi  a dura prova per il benessere dell’altro.  Si parla appunto di dipendenza affettiva  per sottolineare il fatto che, proprio come per la dipendenza da sostanze, il soggetto non può rinunciare, pena la crisi di astinenza dall’oggetto così detto amato. Ma anzi, con il passare del tempo, richiede “dosi” di presenza o vicinanza sempre maggiore.   In questi soggetti si appalesa una sorte di ambivalenza affettiva che è riassumibile nella massima del poeta latino Ovidio: “Non posso stare né con te, né senza di te”. 

a. “ Non posso stare con te” per il dolore che si prova in seguito a umiliazioni, maltrattamenti, tradimenti e quant’altro si subisce.

b. “Non posso stare senza di te” perché è indicibile la paura e l’angoscia che si prova al solo pensiero di perdere la persona amata.

2. La seconda si manifesta con un atteggiamento negativo verso il Sé. Per tale motivo  si ha un pensiero tipo: “io sono cattivo, gli altri sono buoni, mi trattano male per colpa mia, devo cercare di accattivarmeli”. Queste persone soffrono un senso profondo di inadeguatezza, sono convinte che per essere amate devono sempre essere diligenti, amabili, sacrificarsi per l’altro per poter ricevere il loro amore. A causa della paura dell’abbandono, della separazione, della solitudine, tendono a negare i desideri, i bisogni. Si “mascherano” replicando antichi copioni, gli stessi che hanno ostacolato la propria crescita personale.

3. Infine per i dipendenti affettivi vi è la paura di cambiare.  Sono terrorizzati  da ogni cambiamento,  onde evitarlo fanno di tutto,  impediscono persino lo sviluppo delle loro capacità  e soffocano ogni altro desiderio ed interesse. Queste persone ritengono che occupandosi sempre dell’altro la loro relazione diventi stabile e duratura. Ma, immancabilmente le situazioni di delusione e risentimento,  che hanno pur sempre a verificarsi,   li fanno precipitare nella paura che il rapporto non possa essere più stabile e duraturo. Ed il circolo vizioso riparte, a volte addirittura amplificato.

Gli affetti che comportano paura e dipendenza affettiva sono destinati a distruggere l’amore. Infatti chi soffre di tale dipendenza è così attento a non ferire l’altro, da non rendersi conto che in questo modo finisce col ferire gravemente se stesso.

Se l’amore è piacere, se l’amore è la massima espressione della comunicazione affettiva,  come si può morire d’amore?  Come si può uccidere in nome dell’amore?  Se si arriva a simili condizioni, significa che non si è mai realizzata una vera comunicazione affettiva basata sul rispetto di se stessi e degli altri.

In realtà si è realizzata una comunicazione  del tipo:  io ti uso , io ti posseggo, tu sei il mio oggetto di piacere e non ti posso perdere. In questo modo si realizza una condizione di egoismo negativo dove si calpestano i  diritti dell’altro alla propria identità, cioè ad esistere come soggetto libero, degno di amore e di rispetto.

Chi ne soffre  vive la relazione non per la relazione ma per dare tregua alle proprie paure. Ignora il senso reale dei rapporti umani, esagera con i propri bisogni per cristallizzare una situazione evitando così (crede lui/lei) i rischi di separazione, abbandono, infelicità, etc.. L’evoluzione di tale patologia può orientarsi verso disturbi di ansia, depressione, difficoltà nel dormire, disturbi nella sfera alimentare e sessuale. E si manifesta con la  paura di perdere, paura dell’abbandono, della eparazione, della solitudine. Paura di mostrarsi per quello che si è. Con sensi di colpa devastanti, sensi di inferiorità che si accompagnano  al rancore ed alla rabbia,  etc.

Alla base di tali disturbi c’è una bassissima autostima frutto di un’infanzia caratterizzata da carenza di affettività (carezze coccole e comodità),  di amore, abbandono, violenze, privazioni, prevaricazioni, vita emotiva scarsa o assente. Tutte esperienze che hanno minato la psiche del bambino e che in un certo senso orientano la personalità su un fronte dove la realtà è distorta, e si fa di tutto per colmare l’autostima generata dalla poca considerazione di se stessi. Questi individui fanno di tutto per apparire amabili, per essere accettati e colmare così il profondo senso di vuoto e di mancanza di stima. Queste persone, quindi, saranno vittime e carnefici allo stesso tempo di chi in un modo o nell’altro li prenderanno in considerazione.

In definitiva,  alla base  della dipendenza affettiva  vi sono,  indubbiamente, degli  errori cognitivi (idee scorrette, abitudini acquisite errate, pregiudizi, ecc. ) che alimentano false convinzioni.  Una verifica delle proprie idee, mettersi in discussione,  mettono in luce le reali difficoltà e quindi un cambiamento delle idee, forniscono strumenti emotivi in grado di rimodulare la percezione delle cose e delle relazioni cercate e vissute. Questo  porterà il soggetto a prendere consapevolezza della scoperta delle  basi sane su cui impostare un rapporto di scambio affettivo corretto,  basato sul principio del rispetto e dell’accettazione di se stessi e degli altri così come sono, senza volerli modificare, realizzando così  un autentico desiderio di amare.   Quindi basta cambiare le idee già formatesi, con la nuova idea: “sono un essere umano e quindi degno/a di amore. Non devo piatire un pò di affetto, ma devo imparare a scambiare l’affetto che ho dentro senza sentirmi inferiore a nessuno/a”.

Come superare la dipendenza affettiva? Se decidiamo di cambiare rotta dobbiamo essere consapevoli che all’inizio occorrerà un grande sforzo di consapevolizzare le vecchie idee e sostituirle con le nuove con costanza e determinazione. Sembrerà certamente difficile pensarsi più forti, ma in realtà non si tratta che   provare, operare, agire. Non è vero che ci vogliono anni per liberarsi da queste idee.  Possono bastare pochi momenti di autonomia vissuti consapevolmente per fissare in noi la percezione della nostra naturale capacità di stare al mondo e della nostra forza innata.

Cosa bisogna fare:

– Fai qualcosa da solo: ricavati momenti e spazi in cui non è presente la persona a cui di solito ti appoggi,

– Non spostare la dipendenza: nel crearti ambiti solo tuoi stai attento a non riproporre il solito schema: tu che ti appoggi a un’altra figura “forte e carismatica”,

– Riscopri i tuoi interessi:  ci sono cose che appartengono al tuo talento, vecchie passioni da ritrovare oppure nuove da scoprire. Sii disponibile e curioso,

– Fai ciò che ti piace: – nello sperimentarti come

“persona singola “, senza “stampelle”, fai cose che ti appassionano. La tua psiche attingerà a un’energia capace di ampliare i suoi limiti,

– Via i sensi di colpa: – se per anni ti sei appoggiata/a a qualcuno – che dunque era disponibile –potresti sentire di tradirlo se non ti appoggi più. Non importa: scoprirai se ti vuole bene o se il tuo bisogno di lui/lei serviva alla sua autostima.

Auguri per un vivere migliore.

Dubbi, incertezze perplessità sull’argomento inviare  e-mail: delmastrog7@gmail.com


Tratto dalla rubrica “Benessere in Condominio” de Il Condominio Nuovo. Per leggere molti altri interessanti articoli collegati a: shop.ilcondominionuovo.it e abbonati alla rivista.

 

Condividi:

Condividi su facebook
Condividi su twitter
Condividi su email

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *